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IL COSTUME CIOCIARO

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Che cosa si intende per costume ciociaro? In realtà erano gli stracci colorati che indossavano gli ultimi della società dell’epoca cioè i braccianti agricoli: abitavano le frazioni sperdute di Picinisco, di San Biagio, di Vallerotonda, di Villalatina, di Atina, in quel territorio sconosciuto e abbandonato quasi conficcato in una costola degli Abruzzi dell’epoca che era la Valcomino in Terra di Lavoro, nota solo agli arruolatori di soldati, agli agenti delle tasse e ai commercianti di bimbi. Un mondo dunque del massimo degrado che alle ultime decadi del 1700 iniziò a cercare rifugio verso lo Stato della Chiesa: le Paludi Pontine, sebbene micidiali a causa della malaria, erano ricche di prodotti commestibili e poi verso Roma e i più audaci al di là delle Alpi.

E’ a Roma che avviene quello che possiamo definire: il miracolo.

Si immagini lo spettacolo in una strada qualsiasi in un momento qualsiasi della giornata tra le ultime decadi del ‘700 e le prime del ‘900 su quel palcoscenico irripetibile della storia della umanità che era la Roma di quegli anni: folla di preti, di monaci, di monache, di trovatelli e trovatelle, di chierichetti e sagrestani e confraternite, di nobili, di forestieri, di pellegrini con candele e bastoni e in mezzo a quella gente amorfa e incolore, quelli che prorompevano erano i poveri braccianti della Valcomino nei loro sgargianti e scintillanti stracci: rossi incredibili, azzurri raramente visti, marroni invadenti: colori vegetali ottenuti in casa con le erbe in giro, quindi vistosi, differenti …. Le centinaia di pittori stranieri ogni giorno dell’anno presenti a Roma sbalordivano allo spettacolo, letteralmente. Altro motivo di sorpresa erano, quando non scalzi, le misere calzature ai piedi, gli zampitti, che al contrario sembravano ai loro occhi le calzature indossate dai contadini dei classici greci o latini. E nacque l’amore. E gli artisti iniziarono a dipingere queste creature, era la prima volta che nella storia dell’arte gli ultimi della società assurgevano al primo posto in un’opera artistica! Mai visto prima, una rivoluzione: non più cristi e madonne e mitologia e accademia. E nelle esposizioni di Parigi e di Monaco cominciarono a vedersi per la prima volta questi quadri che ritraevano il contadino o la ragazza o il pifferaro e, incredibile, perfino i briganti di Sonnino o di Itri, in queste vestiture splendide e acclamate che gradualmente si erano perfezionatefino al vero e proprio costume ciociaro quale presente nelle migliaia di opere pittoriche. ‘Ciociaro’ perché così veniva individuata ormai questa umanità in giro a Roma e nel territorio: era la calzatura, una volta gli zampitti primitivi  ora le cioce, in  certi luoghi: cioci, che davano il nome.

Oggi la situazione è questa: è arduo entrare in un museo o galleria o pinacoteca del pianeta e non rinvenirvi appeso almeno un quadro con ciociari! Dopo la iconografia sterminata di Napoli e di Venezia, sempre la medesima, il primo posto nella pittura dell’Ottocento europeo è occupato dalla presenza del personaggio in costume ciociaro. Gran parte degli artisti europei ha dipinto un tale personaggio e, fuori del comune ed eccezionale, perfino la crema dell’epoca: Degas, Renoir, Corot, Manet, Leighton, Sargent, Briullov, Cézanne, Matisse, Van Gogh, perfino Picassso, De Chirico, Severini, Depero, Boccioni hanno ritratto le creature ciociare, conferma inconfutabile che non c’è altro soggetto che possa minimamente avvicinarsi a tale compendio di paternità. Venne aggiunto un nuovo capitolo al libro della storia dell’arte: pittura di genere all’italiana! Per saperne di più, e ne vale la pena, perfino necessario, si sfogli IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800.

Superfluo aggiungere che solo in Ciociaria di tali opere non ne esiste nemmeno una nelle pubbliche istituzioni!

Una mostra dunque su opere dell’Ottocento di artisti stranieri o italiani che illustrino questa tematica e con la giusta definizione di ‘costume ciociaro’ sarebbe necessariamente un evento di richiamo internazionale e allo stesso tempo la consacrazione e la legittimazione di una realtà della storia dell’arte.

Le opere messe a disposizione dai collezionisti sono state anni addietro in parte visionate dalle ispettrici della Sovrintendenza di Palazzo Venezia e nella nota redatta dalla Sovrintendente Vodret, giudicate valide e idonee ad essere valorizzate e promosse.   

Michele Santulli

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